Condominio Anti-Crisi

Ore 8.45, casa mia.
Mi sono alzato di buon’ora, dopo una nottata senza sogni e una colazione light. Rivedo per l’ennesima volta un capitolo cruciale del romanzo che sto scrivendo e non una frase suona ancora come suonava ieri.
In compenso, suonano al campanello.
La persona sul pianerottolo si qualifica: è un tecnico dell’azienda comunale di acqua, luce e gas.
- Abbiamo dovuto sospendere la fornitura gas… – Illustra – …per via dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento al primo piano. Ora l’abbiamo riattivata e vorrei controllare che tutto sia a posto. -
Penso in automatico a un ladro, ho letto sul giornale che fanno così. Si fingono rappresentanti di un certo ente, tu li fai entrare e loro ti svuotano la casa, lasciandoti in ricordo un bernoccolo sulla zucca e qualcosa di molto personale al centro del letto, o sul persiano del salotto buono.
Con tutta la cortesia del caso, hai visto mai che s’insospettisca a sua volta, mollo il tizio sul pianerottolo. Verifico io qual è la situazione, dico.
In cucina tutto ok, il problema (in effetti) è la caldaia, che sembra bloccata.
Non ho scelta: devo farlo entrare, il tecnico. E faccio bene, perché, data una sommaria occhiata alla situazione, preme un paio di volte un pulsante e la caldaia, ‘sta gran figlia di, riparte come niente fosse.
- È andata bene che mi ha trovato in casa. – Dico al tecnico, rincuorato dal buon esito dell’intervento, daccapo colmato di cristiana fiducia nel prossimo mio.
- Già. – Concorda. Ma poi aggiunge: – Pensi che lei è stato l’unico. A quanto pare, lavorano tutti, in questo palazzo. -
Ignoravo di abitare in un condominio anti-crisi.
- Beh… – Mi sento in dovere di precisare – …io faccio lo scrittore. -
- Ah, sì?… – Fa il tecnico. – Non pensavo che scrivere fosse un lavoro. -
- Le assicuro… – Rispondo – …che non è l’unico a non pensarlo. -

Di politica e di calcio-balilla

Il locale era strapieno, ma essendo io un habitué del posto il titolare in persona, dopo qualche minuto di attesa al bancone della sala principale, ci aveva accompagnati a un tavolino da due nella cosiddetta sala-giochi: quattro o cinque macchinette da poker, un flipper, un paio di videogame parecchio datati e un calcio-balilla. Preso d’assalto, quest’ultimo, da un quartetto di giocatori, due per lato, più rispettive tifoserie alle spalle.
Io e l’amico che mi accompagnava, venuto da quel di Roma per un giro di saluti al nord, avevamo ordinato due birre rosse direttamente al titolare, un attimo prima che ci lasciasse. L’attimo dopo, e nonostante il gran numero di persone sedute ai tavoli, i boccali avevano raggiunto le nostre mani e le nostre gole assetate. In Italia, perfino in un pub contano le conoscenze.
Il mio amico, scrittore a sua volta e quanto me avido e onnivoro lettore, aveva poi ripreso il suo personalissimo excursus sulla poesia di Rimbaud, lasciato in sospeso poc’anzi. Per quanta passione scaldasse le sue parole, faticavo a stargli dietro e mica per manifesta impreparazione: era sul serio difficile captarle nel guazzabuglio sonoro prodotto dai giovinastri curvi sul calcio-balilla – e ulteriormente amplificato dalle ridotte dimensioni della stanza semivuota.
Nel momento in cui il mio amico aveva realizzato che non lo stavo più seguendo, i contendenti al gol dell’anno, dominati da calcistica euforia e aizzati dai compagni di merenda, avevano addirittura sollevato il calcio-balilla e ci giocavano nell’aria, come se avessero potuto sfidare e vincere ogni legge di gravità, pur di segnare punto.
Il mio amico li aveva degnati appena di un breve sguardo, dicendo al boccale, più che a se stesso o a me:
- Cazzo, ma questi votano. –
Avevamo finito poi di bere senza altro aggiungere.

Tutori dell’Ordine

Il Tutore dell’Ordine chiede patente e libretto. Si allontana per eseguire i controlli di prassi col collega rimasto alla macchina, poi torna e me li restituisce, passandomeli dal finestrino ancora aperto.
- Le catene le ha? – S’informa.
Le avrò buttate nel baule dall’anno scorso, scendo e glielo apro perché le veda. Le catene in effetti sono presenti all’appello, ma il Tutore dell’Ordine presta maggiori attenzioni a una scatola, subito lì accanto.
- E questi che sono?
- Sono libri.
- E che se ne fa, lei, di tutti ‘sti libri? Dove li ha presi?
- È un’antologia.
- Una che?!!…
- Dicesi “antologia” un libro che raccoglie più racconti, scritti da più autori. Io sono uno degli autori.
- Mi dispiace, ma non me la bevo.
Vorrei aggiungere che i volumi incriminati servono a una presentazione cui mi sto recando, ma taccio per raggiunti limiti di comprendonio. Voglio dire: in una mente finora scevra del concetto di “antologia”, non è consigliabile immettere anche l’informazione che i libri, dopo averli scritti, vanno presentati al pubblico. Potrei provocargli un serio choc, al Tutore dell’Ordine. Estraggo pertanto dalla scatola sospetta una copia di detta antologia e gli indico il mio nome in copertina. Il Tutore dell’Ordine mi squadra da capo a piedi come se mi stesse vedendo per la primissima volta solamente ora. Guarda me, guarda il nome, guarda me, guarda il nome, guarda me, guarda il nome, me, il nome, me, il nome, me, il nome. Io guardo altrove, peccato che altrove ci sia il suo collega, che, non sapendo cos’altro di meglio fare, si spupazza il mitra.
- E lei sarebbe uno scrittore?! – Giunge a conclusione il Tutore dell’Ordine. – A me non sembra.
- Tante volte, mi creda, nemmeno a me. – Rispondo.

Un nuovo paio di guanti

Ore 19 all’incirca, Vercelli centro.
Devo aver riposto i guanti non so più dove e le mie povere mani, affondate nelle tasche del giaccone superimbottito che indosso dall’inizio dell’inverno, non stanno affatto passando quel che si dice un bel quarto d’ora. All’idea di doverne stringere almeno una delle due alla corrispondente mano destra della persona che sto per incontrare, cambierei strada e tornerei a casa – di corsa, magari, così mi scaldo mani e tutto il resto.
Il tizio è già sul posto. Un uomo di una quarantina d’anni, intabarrato non meno di me e abbastanza irriconoscibile rispetto a come appare nella sua immagine profilo di Facebook. Unico elemento di sicura identificazione è il libro che tiene sottobraccio. La copia del romanzo che mi ha chiesto di recensire. È un autore della mia città e io tengo, sulle pagine di un giornale locale, una rubrica dedicata esclusivamente agli autori concittadini.
Ci presentiamo senza strette di mano, con un semplice saluto, fra persone che si conoscono da lunga data. Miracoli dei social.
Il tizio si esibisce subito in un lungo monologo su sé stesso, il senso e l’importanza che riveste per lui l’atto dello scrivere e della grande ingiustizia di non essere stato preso in considerazione dalla grande editoria.
Prima che possa anche parlarmi del suo libro, gli chiedo di passarmelo. Lo sfila da sotto l’ascella e me lo porge con la mano a fiore, le cinque dita spalancate, i polpastrelli tesi verso l’infinito cielo della retrocopertina. Un cameriere con un vassoio non avrebbe saputo fare di meglio.
Sento i morsi allo stomaco e ho la sensazione che non siano dovuti al virus influenzale di stagione.
È un editore a pagamento, dico.
Mi han chiesto di comprarne qualche copia a titolo di contributo per le spese di stampa, ammette, tutto qui.
Quante copie di preciso, chiedo.
Le dita, che ancora mantengono il volumetto in equilibrio, iniziano a tremare.
Duecento, confessa con un fil di voce.
Mi approprio della copia numero 199 un battito di ciglia prima che caschi giù.
Io non mi occupo di libri usciti da editori a pagamento, dico, trovo abominevole che si chiedano soldi a chi lavora, anziché darne.
Il tizio sembra sul punto di fare lui stesso la fine che stava per fare il suo libro.
Tuttavia, aggiungo, la natura strettamente locale della rubrica che curo mi permette di segnalare comunque questo genere di testi, in virtù dell’appartenenza territoriale dell’autore.
Il tizio si rianima, forse l’ho salvato dallo svenimento.
Ah, dice.
Si legge solo qui, riflette poi.
Beh, avrà senz’altro letto la mia rubrica, dico.
Veramente, risponde il tizio, no.
E allora perché mi ha contattato su Facebook, chiedo.
Ho visto che scrive per dei giornali, risponde, e ho pensato che potesse aiutarmi.
Ci sono pochissime cose che odio. Odio le zanzare, odio il Natale, odio gli sfondi finti nei film in bianco e nero degli anni Cinquanta, odio il sushi, odio gli editori a pagamento e odio (tantissimo) le persone per le quali è importante solamente ciò che fanno loro, ma non gliene frega quasi niente di quello che fai tu. Ciò nonostante, hanno la gran faccia tosta di contattarti, perché in ogni caso quel minimo che sanno di te hanno l’impressione che gli serva.
Gli restituisco il libro.
Ho freddo alle mani, dico, devo andare a comprarmi un nuovo paio di guanti.

UNA SCENA E MUORI

E di colpo la sala puzza, tante sono le lattine e le bottiglie di birra su cui l’inquadratura del regista indugia volentieri, tagliando talvolta su un primo piano dell’attore, il sorso automatico e l’espressione di chi si aspetta un goal che da troppi minuti non arriva. Comunque, l’effetto della scena è soprattutto trasformare la sala cinematografica, per qualche minuto, in un enorme fondo di Beck’s.
Lei gli si stringe addosso proprio in quel preciso momento, come cercasse una coccola.
- Tu non diventerai così, vero? – Scherza sottovoce all’orecchio di lui.
Per quanto l’inflessione di lei fosse sfacciatamente da scherno, lui per un attimo ci riflette sul serio, calcola quella dannatissima possibilità di vita, e nell’ammirare di nuovo una panoramica del salotto in cui la scena si ambienta, spera che il tizio seduto in poltrona a sorseggiare birra ventiquattrore al giorno sia il personaggio del film che deve morire subito.
- No, amore… – La rassicura – Lo sai che le partite non m’interessano. In quanto alla birra… beh, la birra… mi piace, d’accordo, però non così tanta, dai. Stai tranquilla. –
Lei sospira.
- Mi basta avere solo un po’ di tempo per scrivere, alla sera. –
Il sospiro muore. O meglio: la temperatura si abbassa allo zero in un secondo netto e le si gela mentre è ancora dentro a metà.
- Ma perché… – Gli chiede allora lei, e niente scherzi, stavolta – …quando vivremo insieme tu pensi di scrivere ancora? –
Rumori dalle casse lo richiamano allo schermo.
Aveva ragione.
Il tizio in poltrona, quello con le birre sparse sul pavimento. Il tossico da campionato. Quello che magari poteva essere lui, tempo in là.
Beh. È davvero il personaggio del film che muore subito.

La tribù del mazzo

Giovanni consiglia di aggregarsi senza tema ad un club di burraco; Andrea suggerisce sia saggio iscriversi a un vantaggioso quanto non meglio definibile corso per e-learning di marketing aziendale; Letizia solletica i miei istinti di maschio sessualmente attivo dirottando il programma di navigazione su un sito pornografico; Mohamed Yussuf scrive in arabo e io mastico un discreto inglese, e un po’ di spagnolo, ma sulle restanti lingue, dialetti compresi, ammetto la mia ignoranza; Greta sarebbe felice se effettuassi qualche puntata su una certa roulette di sua competenza che saprà cambiarmi la vita. E, in tema di cambiamenti, lo staff tecnico del portale dove ho attivato l’account privato di posta elettronica è colmo di premure: ogni santissimo giorno, una decina di messaggi pubblicitari, in base ai quali potrei risparmiare fior fior di quattrini nell’ambito delle comunicazioni, esortano la vasta utenza a sottoscrivere uno dei mille contratti proposti.

 

Verifico sempre la posta elettronica, e spesso, perché frammiste al percolato del web che solitamente cestino, potrebbero esserci delle cosette interessanti. La scheda di un libro da recensire, per esempio.
Una volta, gli uffici stampa delle case editrici inondavano gli scarsi metri quadri dell’appartamento in cui abitavo da single, spedendomi il catalogo quasi al completo, editore per editore. Provateci voi a leggere da cima a fondo un’ottantina di volumi al mese. Ho provveduto di conseguenza a mandare loro una mail collettiva, mettendo bene in chiaro che, per quanto fosse piacevole ricevere a casa – gratis! – un’autentica montagna di libri, non mi sarebbe bastata una vita, stando agli odierni parametri di longevità, allo scopo di visionare e recensire la maggior parte delle novità apparse in libreria durante una singola stagione di uscite.
Le cose si sono in seguito un pochino ridimensionate e oggi, come stavo per l’appunto dicendo, ricevo via mail agili compendi molto esaustivi, con copertina e dati del volume, note biografiche dell’autore, sinossi del testo e talvolta perfino il primo capitolo. Girati i materiali che ritengo meritevoli al caporedattore, sarà lui a decidere cosa vada e cosa non vada trattato nel giornale che dirige. A quel punto, e per carità non prima!, l’invio fisico dei titoli che mi sono stati affidati può avere luogo.
Eppure, dicevo poc’anzi, la posta la scarico lo stesso, sissignori. Alimento a forza di delusioni l’idea che, presto o tardi, riceverò le risposte che attendo. Da immemore data.

 

Certo che ce l’ho con te, con chi altri dovrei avercela, sennò? Ti ho spedito un anno e mezzo fa un mio romanzo – e lasciatelo dire: trovo piuttosto curioso il tuo rapporto con la corrispondenza di natura professionale.
Sai benissimo a cosa mi riferisco, dai, non fare lo gnorri. Hai nel frattempo pubblicato un libro anche tu, non hai fatto mica niente di male. E io l’ho recensito.
Liberissimo di mantenerti scettico sulla questione: sappi che al di là dei nostri rapporti di lavoro, avrei discusso del tuo testo col medesimo entusiasmo. Ho avuto paura di parlarne bene, tuttavia, temevo potessi pensare a una sviolinata, a un modo d’ingraziarmi la tua attenzione, un pagamento anticipato per la tua benevolenza che si sarebbe magari tradotto in un reciproco scambio di favori. Io scrivo una bella recensione, tu leggi il mio libro e vedi di farmelo pubblicare. Una cosa così, insomma. Sei editor presso una major, è quello il tuo ruolo. Sei la persona giusta, nel posto giusto, al momento giusto.
Beh, caro mio, il mio romanzo, prendi nota, te l’ho spedito da scrittore, mentre il tuo l’ho letto da giornalista. Da scrittore faccio lo scrittore, da giornalista il giornalista. Abbi pazienza, non te la prendere, succede ai vivi e alle persone adulte. Mettiti il cuore in pace.
Il punto però è un altro.
Sbaglio, o quand’è uscita la recensione mi hai subito scritto? E per quale oscuro motivo, dunque, da un anno e mezzo in qua non ti sei permesso di mandarmi nemmeno una riga a proposito dell’elaborato che ti ho sottoposto? Ti ho più volte sollecitato in questo senso, e garbatamente, ma sei stato irremovibile. O meglio: alla prima mail hai replicato, è vero. Di fretta e furia, d’accordo, ma hai risposto, e mi hai altresì confermato che in settimana – in settimana! – avresti letto per benino il tutto e quanto prima sarebbe stata pronta la scheda di valutazione. Alle successive, mi pare di averti scritto in totale sì e no tre volte, non hai neppure contraccambiato i miei saluti.
Il contrario del silenzio-assenso. A dirmi di no, ti prendono i crampi alle dita. Risparmiati la pena, ho capito l’antifona.

 

Vanity Fair propone un mega sconto sull’abbonamento riservato alla versione elettronica della rivista; l’antica Confraternita del Baccalà alla Vicentina organizza pranzi e cene in luoghi suggestivi della propria provincia di appartenenza; uno sfasciacarrozze canadese ci terrebbe a offrirmi i suoi servigi “extra”; un muratore afgano chiede soldi affinché la figlia, affetta da una rara malattia alle ossa, possa ricevere cure adeguate; una catena di Sant’Antonio vorrebbe risparmiare la morte per lapidazione all’ennesima donna iraniana che ha esternato a proprio rischio e pericolo una sua personalità; un tizio che avrò incrociato cinque o sei volte non ha accolto la mia richiesta di estromettermi dalla lista dei suoi contatti, e quindi continuo a ricevere barzellette su Berlusconi che non leggo; un tizio che avrò incrociato sette o otto volte non ha accolto la mia richiesta di estromettermi dalla lista dei suoi contatti, e quindi continuo a ricevere inviti alle serate para-culturali del Circolo Arci da lui gestito e di cui non posseggo, né desidero possedere, la tessera.

 

E tu? Credevi che mi fossi dimenticato di te? Figuriamoci, ti penso anzi con affetto. Sì, dedicasti a un mio libro addirittura quattro articoli. Identici, va bene, ma pur sempre quattro articoli su quattro giornali.
Se non altro, erano diversi i giornali.
Ragion per cui, stavo dicendo, non ho affatto aspettato i tempi burocratici dell’ufficio stampa e ti ho spedito una copia del mio nuovo lavoro io stesso, fresco di tipografia.
Hai per caso smarrito il mio indirizzo di posta elettronica? Può capitare. Soluzione: sarà sufficiente inserire il (mio) nome e cognome nel searching del tuo account, senza tralasciare di circoscrivere la ricerca alla sola cartella di posta inviata. Comparirà magicamente l’ultima mail che mi hai scritto, quella in cui mi ringraziavi di averti spedito il sopracitato libro nuovo, ci avresti senz’altro dato un’occhiata a giorni, dalla redazione ti avevano giusto giusto chiesto degli articoli e tu non sapevi da che parte sbattere la testa, meno male che ti era arrivato il mio libro. Ci avevi persino ironizzato, ricordi?, la mail esordiva con un “Mio Salvatore!” che, ti dirò, lì per lì mi aveva divertito. E illuso.
Anch’io come l’amico dell’anno e mezzo avrei desiderato esprimerti per iscritto la mia riconoscenza. Non so dove vivi, ma so dove lavori. È stato sufficiente acquistare con regolarità le pubblicazioni a cui tuttora collabori. La recensione, su quel giornale o su quell’altro, sarebbe di sicuro saltata fuori, tendo a notarle queste cose.
Devo essermi perso proprio l’uscita del numero in cui parlavi di me.

 

Cari signori, è così. Voi mettete il vostro impegno di anni nelle mani di questa gente e questa gente, dall’oggi al domani, finge di non conoscervi.
Non devo compiere chissà quali sforzi di fantasia per immaginarmeli davanti al computer, che aprono la posta elettronica come facciamo noi e come facciamo noi devono gestire un esercito di Alina, Giandomenico, Ilenia… Passa la voglia di segnalarli al servizio anti-spam, tanti ce n’è, finisci col trovare in un certo qual modo rinfrancante il fatto di poterli eliminare uno a uno.
Insieme ai vari Gianluca Mercadante di turno.
Stiamo nel mazzo, questa è la realtà. Costituiamo, ignari, una sottocutanea tribù di spammatori per eccesso di auto-determinazione, per diritto al riconoscimento del proprio valore artistico, presunto o concreto che sia. A tal fine intasiamo le caselle di quei professionisti nel settore editoriale e/o giornalistico dalle cui labbra pendiamo. Una loro scheda di valutazione ottimale, una loro recensione positiva, potrebbe definire altrimenti le sorti delle nostre fatiche letterarie.
Ma quante carte ci sono nel mazzo? Quante epoche, quanti decenni, quanti cicli vitali saranno necessari perché quelle fatiche di cui sopra, inedite o pubblicate, vengano analizzate secondo un criterio di giudizio che nessuno sembra disposto a spendere per noi?

 

Eleonora ha scritto l’ultima parola del suo primo romanzo circa tre anni fa; ogni tanto, sollecita via mail opinioni che a parità di tempi non ha mai ricevuto. Cos’avrà mai da insistere, ’sta qua, si chiederà qualcheduno che questo genere d’insistenze mal tollera. Sarebbe meglio lo chiedesse direttamente a Eleonora, ma chi è Eleonora? Una che scrive, una della tribù del mazzo. Chissà se è almeno carina.
Enrico ha realizzato un ottimo poliziesco, quindici anni or sono, che via via ha ritoccato e più volte riscritto sotto i suggerimenti delle agenzie letterarie che, via via, ha preferito cambiare, sperando ne esistessero di oneste. Sovente si è sentito un pacco postale molto più del suo stesso romanzo, in perpetuo pellegrinaggio da un’agenzia all’altra, da un editore all’altro.
Veronica ha messo insieme una raccolta di racconti incredibile, peccato che ogni sua mail sortisca a tal proposito interessi del tutto collaterali. “Di nuovo questa? Che due palle, cazzo pretende?”, non sono che brevi stralci dai presumibili commenti critici che a sua insaputa raccoglie.
Simone è un giovane storico e il suo saggio sul crollo della Democrazia Cristiana farebbe tremare parecchi muri, se qualcuno corresse il rischio di aprire il pesante file di testo che lui, con cieca ostinazione, allega alle sue ripetute quanto vane domande di lettura, inoltrate per anni e anni. Tanto la Storia non invecchia, semmai si ricicla.

 

Gianluca non molla manco per sogno. E confida che tutti quanti, silenzi o non silenzi, risposte o non risposte, facciano altrettanto, per la miseria.
Qualcosa succederà.

 

Mors tua vita mea

Intendiamoci: la figura dell’agente letterario nell’ambito dell’editoria è fondamentale. Il destino di tantissimi volumi ormai celebri è stato segnato sul nascere attraverso gli accordi intrapresi a porte chiuse fra editori e agenti, dunque non sarò di certo io a offendere o denigrare le dignità professionali di coloro che praticano col dovuto rispetto delle regole un mestiere per molti versi curioso, affine quasi a un’attività di puro commercio.
Gli andamenti di mercato parlano chiaro: un titolo che ha maturato un forte numero di esemplari venduti, garantendo al proprio autore un potenziale bacino di utenza, è un dato oggettivo che facilita non di poco la trattativa sull’acquisto dei diritti di un nuovo manoscritto di quell’autore, nonché la promozione del prodotto finito, vale a dire: il libro che compriamo in libreria, discusso in televisione, sui giornali, e che, naturalmente, non è il nostro, pur avendolo consegnato speranzosi nelle mani del medesimo agente che quella trattativa l’ha avviata, condotta e chiusa a buon fine.
Per quanta giustificata rabbia, per quanta sacrosanta bile monti su, a fronte di certi episodi, è meglio darsi una bella calmata, amici cari. Ragioniamoci magari dopo un buon caffè e una signora sigaretta. Credo, d’altronde, sia ipocrita biasimare un professionista che in qualche modo trae dal proprio lavoro il meritato profitto, quando noi per primi, richiedendo le maestranze di un agente letterario, intendiamo di sicuro porci in quest’ottica a nostra volta. Se quindi lo scrivere vogliamo che diventi un lavoro retribuito, beh, nel mondo del lavoro retribuito vige dai secoli dei secoli una sola legge: mors tua vita mea. E pace in terra agli uomini di buona volontà.
Che tu faccia lo scrittore, l’editore, l’agente letterario, il rappresentante di sigarette, il giornalaio, la escort, la Ford o l’Alfa Romeo, due più due fa sempre quattro. Chi la pensa diversamente non scagli la prima pietra, ma getti nella spazzatura la propria penna, perché sarà una penna altrettanto bugiarda.
Esaurita questa necessaria premessa, gli agenti letterari capitati finora in sorte a me, con rispetto parlando per gli animali, sono stati delle bestie.

 

Oltre una decina d’anni fa un amico scrittore mi caldeggiò il suo agente, presentandomelo in maniera che non stenterei a definire altisonante. Le parole esatte furono: “Quello è l’uomo che ti porterà in alto. Chiamalo subito”.
Tendo a fidarmi degli amici, e poi, tutto sommato, dati i suoi risultati personali, penso fosse in buona fede.
Digitai senza troppi dubbi il numero, prefisso 089. Una mia zia abitava (e tuttora abita) a Salerno, in pieno centro storico, e mentre l’eco elettronica delle cifre composte sulla tastiera del telefono colmava il tossicchiante vuoto della linea, al ricordo del suo ragù, che da bambino divoravo, mi stava venendo fame.
Il tizio rispose subito. Due o tre frasi di circostanza e il pragmatismo del commerciante all’opera prese il sopravvento sulle chiacchiere.
- Guaglio’, siente a me, un romanzetto pronto ce l’hai, sì? –
Avevo concluso la stesura di un romanzo noir per ragazzi, ispirato a una storia vera accaduta in provincia di Milano. Un prete aveva ereditato, da un’anziana parrocchiana defunta, una gran bella villa, comprensiva di arredi, parco interno e quattro cani. Pare che la compianta avesse espresso la volontà di effettuare tale imponente donazione a patto che i suoi amici a quattro zampe potessero continuare a vivere lì, fino alla loro naturale estinzione. Detto fatto: il buon pastore, che forse si chiamava Edgar, grazie alla complicità di un veterinario fece piazza pulita degli eredi. La storia da me scritta era una variazione sul tema degli eventi reali, ma l’agente del mio amico, prima che potessi sognarmi di arrivarci, mi bloccò. Brutalmente, se posso puntualizzarlo.
- See, see, vabbuo’ va’, ma tu ocché te pienze, che la letteratura per ragazzi vende qualche cosa? Tu me vuo’ fa’ perdere ’o tiempo, a me. ’Nu bello giallo ’o tieni? –
Gli dissi che dovevo andare, avevo un appuntamento urgente. Ero stato di colpo assalito dall’impellente necessità di rivedere “Gli Aristogatti”. E giacché mi trovavo telefonicamente in zona, avrei potuto approfittarne per sentire mia zia, magari la trovavo di buzzo buono e una volta per tutte sarei riuscito ad estorcerle il segreto del suo inimitabile ragù. Benché la fame mi fosse passata.
Tempo dopo, era da pochissimo uscito presso Stampa Alternativa un mio Millelire che aveva ottenuto buone critiche e un discreto numero di vendite, si materializzò al termine di una presentazione un individuo piuttosto inquietante. Milanese, non particolarmente simpatico, ciuffo ribelle e occhiale alla moda, pizzo luciferino e abbigliamento radical-chic, era l’agente di alcuni autori che avevo letto e intervistato per conto delle riviste letterarie in cui collaboravo. Venuto al corrente dell’uscita del mio libercolo – qualcuno gliene aveva parlato, ma non ricordava chi -, aveva svolto ricerche. Citando l’esatta cifra del mio piano vendite, mi porse le sue più ammirate congratulazioni.
Iniziammo a scambiare quattro parole, giusto per rompere il ghiaccio.
- Ho letto nello scorso numero di “Orizzonti”, mi sembra, la tua intervista a XXXXXXX XXXXXXXXXXX. Davvero bella. Lui è un mio autore. –
Lì per lì non volli dare peso al particolare agghiacciante che il tizio si lasciò sfuggire: com’è possibile che l’agente letterario di un determinato scrittore venga a sapere di un’intervista al suo pupillo dopo averla letta?
- Ah, bene, me lo saluti. Una persona squisita. – Glissai.
- Non mancherò. E quali altre interviste hai in programma? –
- Ho sentito giorni fa XXXX XXXX. –
- Non t’invidio!… Dev’essere un bel tipo, quello lì. –
- È tutta una facciata, mi creda, in realtà lo trovo molto dolce. –
- Allora lo conosci bene. –
Meno cinque, quattro…
- Siamo diventati amici, sì, è grosso modo un annetto che ci frequentiamo. –
…tre, due, uno. Lancio.
- Mi piacerebbe sentirlo, sai?, vorrei coinvolgerlo in un progetto che sto curando. Tu non è che, volendo, potresti… –
Missione compiuta, Base.
Sintetizzando – anzi: volendo -, feci da ponte fra il tizio e l’amico di cui sopra, che passò da un grande editore a un editore ancor più grande.
Mors tua vita mea, dicevasi.
Tentai svariate volte di richiamarlo, quell’agente, gli avevo del resto affidato la bozza di quello che in futuro sarebbe diventato il mio romanzo d’esordio, ma non per merito suo: il cellulare squillava a vuoto e la sua segretaria, in ufficio, ripeteva con ebete cordialità il solito disco. Spiacente, il capo si trovava al momento fuori sede, mi avrebbe fatto richiamare al suo rientro. Sto a tutt’oggi aspettando che finisca il giro.
Da lì in avanti cercai di evitare anche solo l’idea di riprovarci, trovavo assai meglio godermi le spasmodiche attese che seguivano ogni nuova spedizione di un mio elaborato alle case editrici, in genere piccole, cui mi rivolgevo nella speranza di essere pubblicato. Speranza che, devo ammettere, tra antologie e volumi singoli, iniziò a concretizzarsi con una certa frequenza, tanto da indurmi a confidare che alla fin fine, se avessi trovato un agente sul serio disposto a riporre fiducia nelle mie capacità di narratore, compiere il cosiddetto salto e passare a pubblicazioni finalmente rintracciabili in una libreria sarebbe stato relativamente papabile – perché è questo il mio dilemma, il mio tarlo: offrire ai miei libri la possibilità di venire trovati, sfogliati, assaggiati, approcciati da chiunque ami leggere. Sennò un libro cosa lo scrivi a fare?
Una mia cara amica scrittrice, che aveva firmato proprio in quei giorni un contratto importante con una casa editrice assai nota, decise di propria sponte che sarebbe stato carino attivare un proficuo dialogo fra me e l’uomo a cui doveva l’eccezionale colpo della sua vita. Costui chiamò a bruciapelo, si qualificò, e, tanto per cambiare, mi chiese se, per caso, avessi avuto un romanzo giallo che prendeva polvere sulla scrivania.
Non rinnego di aver in passato scritto cose analoghe, ci mancherebbe, né me ne vergogno, sarebbe impensabile. Il mio primo racconto pubblicato fu inserito in un’antologia a firma di Lucarelli, Pinketts, Rigosi… grandi nomi di narrativa nera, o thriller che dir si voglia.
Rilanciai per tanto con un’alternativa.
Nel Giallo Mondadori, da vari anni a questa parte, propongono al pubblico racconti inediti di scrittori italiani, chiaramente di genere, in appendice al romanzo del mese. Sarà pure una piccolezza, nel mare di carta stampata che affolla il mercato editoriale, ne convengo, ma un acquisto in Mondadori, quanto a curriculum, non fa schifo a nessuno.
Il tizio disse che la cosa, per lui, era praticamente fatta, culo e camicia com’era col direttore di collana.
Passati due mesi, arrivati a circa metà ottobre di quell’anno, avevo risentito l’agente. Nessuna novità. L’amico direttore di collana era costantemente fuori ufficio, il cellulare spento.
Dico: non è che si trattava del mio secondo agente? Ecco come mai non mi aveva più telefonato, mica per cattiveria, faceva un mestiere diverso, diamine. E io che pensavo male!… Perciò perché pensare male di nuovo? Lasciamo passare un altro paio di mesetti ancora, che problema c’è? Finché ce n’è viva il Re.
A metà gennaio, finite le vacanze natalizie, stessa situazione. No ufficio, no cellulare.
Ne avevo abbastanza.
Composi a memoria il numero del centralino della Mondadori. Lo conoscevo cifra per cifra, interpellavo regolarmente i vari uffici stampa allo scopo di richiedere titoli da recensire, o contattare gli scrittori che avrei intervistato. Che un giornalista venga agevolato, rientra nei fini di un normale rapporto di comunicazione tra il gruppo editoriale nella fattispecie e la stampa, specializzata e non. La questione temevo diventasse invece assai più complessa quando si chiama in redazione e si domanda di un direttore di collana. Immaginavo venissero pretese come minimo una scansione oculare, le impronte digitali e un campione di saliva.
Con voce tremante, feci il nome che dovevo fare e aspettai il responso.
Forse me la sarei cavata con un esame del sangue completo e una seduta psicanalitica, nel corso della quale sarei stato sottoposto al test delle macchie di Rorschach, che avrei dovuto associare a volti di scrittori famosi. Forse, a minuti, sarebbe arrivata sotto casa mia una limousine nera, coi finestrini oscurati, che mi avrebbe condotto, debitamente bendato, dentro un bunker dove avrei avuto meno di un minuto per confessare le ragioni della mia chiamata al cospetto di un misterioso quanto silente uomo incappucciato. Forse un commando di scrittori esordienti avrebbe fatto irruzione nel mio appartamento nottetempo, sequestrandomi computer e hard disk esterno, per poi rivenderli su E-bay e pagarsi almeno le sigarette, qualche birra, e le cartucce della stampante.
O forse il centralinista non aveva fatto davvero nient’altro che il suo sporco lavoro e perciò, dalla parte alta della cornetta, la consueta, familiare, struggente musichetta d’attesa straripò in una cascata di note deliziose. La mia chiamata era stata inoltrata all’interno richiesto.
Pochi istanti dopo, la voce dell’uomo che non era mai in ufficio e aveva con tutta probabilità gettato nella Martesana il cellulare, aveva risposto al telefono con un semplice “pronto”.

 

Com’è finita? Vi dico soltanto questo.
Vi dico che glielo vorrei mandare un Giallo Mondadori, al mio ultimo, carissimo agente, per posta e con dedica. Non sul frontespizio, però, appena poco più in qua dalla fine.
Sì, esattamente nel punto in cui, da vari anni a questa parte, propongono al pubblico racconti inediti di scrittori italiani, chiaramente di genere, in appendice al romanzo del mese.
Il lavoro va riconosciuto. E non aggiungo altro.

 

Caro Scrittore in Erba…

Caro Scrittore in Erba,
siediti e stai calmo.
Sono le prime due cose che ti tocca fare, se vuoi scrivere. Può sembrare la più banale delle affermazioni, l’uovo di Colombo, ma le regole del gioco, e del resto il gioco stesso, impongono di compiere senza piagnistei questi due semplici gesti. Dunque procedi, caro Scrittore in Erba: siediti, ripeto, e stai calmo.
Bravo, così. Perfetto. Era tanto difficile?
D’ora innanzi, sei liberissimo di scrivere quello che ti pare e (perfino) dove ti pare. Scerbanenco scriveva al bar, Tolstoj pare amasse prendere appunti, e addirittura buttar giù intere pagine, nel chiasso dei mercati. Fabio Stassi, un autore contemporaneo, scrive a bordo dei treni su cui è costretto a spostarsi, suppongo per lavoro. Qualora fosse un pendolare a sua volta, Fabio Stassi, e quindi utilizzasse abitualmente le apposite corse destinate ai medesimi, non garantirei né sul fatto che scriva da seduto, dato il sovraffollamento nelle carrozze, né che mantenga i nervi saldi a fronte di problematiche quali i numerosi quanto spesso inesplicabili ritardi dei mezzi, i guasti all’impianto di climatizzazione, l’ascella prepotente e sincera del vicino, gli afrori assortiti provenienti dai piedi scalzi delle prostitute a bivacco sui sedili. Luoghi comuni da viaggiatore occasionale a parte, la sua sarà comunque l’eccezione che conferma la regola.
Pertanto, caro Scrittore in Erba, tu che partecipi a ogni presentazione libraria senza seguire nemmeno un singolo concetto fra quelli argomentati da chiunque sia stato chiamato a discettare di libri e di scrittura, tu che non vedi l’ora si giunga al termine dell’incontro per avvicinare lo scrittore ospite, tu che senza dubbio chiederai allo scrittore ospite come si faccia a pubblicare un benedetto libro, sappi: un libro non lo si pubblica, un libro lo si scrive. E per scrivere un libro è indispensabile sedersi. Praticare qualche piccolo, preliminare esercizio di respirazione, magari.
La pagina bianca esige il tuo rispetto, amico mio, e se non glielo concedi sai quanto gliene frega di restare bianca a vita.
Caro Scrittore in Erba, lo so. Avresti preferito io ti dicessi che lo scrivere è una specie di stato di grazia, un bacio mistico, una missione, un travaglio, un parto, uno struggimento, una dolcissima pena, una condanna meravigliosa, una malattia incurabile, un privilegio, una sublimazione, la quintessenza di ciò che intimamente siamo, un modo come un altro per fare soldi, un modo come un altro per fare breccia nel cuore della tua Beatrice e finalmente trombarla, un modo come un altro per dire al mondo “ciao, mondo, adesso ci sono anch’io”, un modo come un altro per sentirti rispondere dal mondo “ciao, idiota, guarda che avremmo continuato a dormire beati e sereni nell’ignoranza di te per il resto della nostra pur miserabile esistenza terrena”.
È bene tu sappia da subito che se la tua opinione sulla scrittura creativa corrisponde a una delle descrizioni qui elencate, o ad analoghe amenità che per pietà tua, mia e di chiunque possa mai imbattersi in queste righe eviterò di enunciare, sei sulla strada sbagliata.
Non prenderla male, non è il caso di decidere quale finestra di casa tua presenti le caratteristiche ottimali perché tu dica addio a questa triste valle di lacrime. Fossi in te, lasciatelo dire, sarei un tantino più delicato e accorto con quel rasoio, potresti tagliarti le vene sul serio e, beh, sarebbe un peccato. Nonostante le tue ferree convinzioni a senso unico, dentro di te una storia scalpita dalla voglia di venire raccontata.
A proposito, caro Scrittore in Erba, giacché siamo caduti sull’argomento, parliamone: ce l’hai, dentro di te, una storia da raccontare?…
Ce l’hai o no?
…Ci avrei scommesso.
Se ora t’invitassi a bere un caffè, te la sentiresti di raccontarmela? Sì?…
Potevo scommettere due volte di fila – e vincere due volte di fila.
Caro Scrittore in Erba, il caffè te lo offro volentieri, ci mancherebbe, ma sul fatto che tu abbia abboccato all’amo e sei indi per cui del parere che una storia da scrivere in un libro si possa riassumere oralmente, mi vedo di nuovo costretto a infierire contro il tuo povero fianco scoperto: le storie nei libri, è soltanto nei libri che vanno interrogate.
Se davvero presumi di poterlo scrivere tu, un libro, se ti sei seduto, se ti sei abbastanza calmato e se le dita hanno iniziato a battere sulla tastiera, continua, amico mio, non fermarti, maledizione, e soprattutto non pensare neppure per un attimo che valga la pena di parlarne finché non hai finito. Ti sorprenderà ammettere per allora che non hai utilizzato affatto vocaboli e costruzioni lessicali consoni a una delirante chiacchierata da artista incompreso. La storia che credevi tua è diventata altra da te. Hai potuto controllarne gli eventi, curarne la forma, cancellare brani e stralci di vita dei protagonisti. Riscrivere, riscrivere, riscrivere, riscrivere, riscrivere. Penosamente riscrivere. Il dilemma è rimasto tuttavia immutato: quella storia non è più tua.
È il compromesso che la scrittura ti chiede di accettare. È la pillola senza quel poco di zucchero. Una storia scritta smette di appartenerci nell’istante stesso in cui prende forma sulla carta, e avanza, e cresce, pagina per pagina, nella magica progressione pari e dispari che il programma del tuo pc imposta in automatico.
Ecco “come si pubblicano i libri”, caro Scrittore in Erba. Si scrivono, si finiscono e… sorpresa: si fanno leggere.
Stephen King sostiene sia fondamentale, per un autore, disporre di un ristretto parco-lettori. Ristretto, bada bene. Ad averne troppi il romanzo potrebbe perdere tono, rischierebbe qua e là di zoppicare in termini di convinzione, di appeal narrativo. Il testo, a quel punto della corsa, ne uscirebbe appesantito e l’autore alle prime armi, per accontentare un po’ tutti, finirebbe col rimetterci mano a spizzichi e bocconi, perdendo di vista i principali obiettivi che si era prefissato.
Alla ricetta del Maestro, che mi vede pienamente concorde, aggiungerei una mia personale rettifica: lettori pochi, sì, ma dissociati. Hai un amico, avido consumatore di thriller mozzafiato? Quello è il lettore ideale per i tuoi romanzi d’amore. Una tua zia pensionata si spazzola bancali di harmony e ne discute per ore con le sue compagne di uncinetto? Siine orgoglioso: in famiglia annoveri la miglior lettrice del pianeta, per quanto concerne i tuoi horror. A un amante del genere storico, caro Scrittore in Erba, risparmiamogli di sorbirsi in anteprima mondiale la nostra ricostruzione dei fatti sulla vita e sulla morte di Giovanna D’Arco, per cortesia, a meno che a costui non sia stata richiesta una particolare competenza. Ma, anche in questa circostanza, la domanda che dovremmo porci a monte è: per quale motivo aspettarsi una “particolare competenza” da un semplice appassionato di libri ad argomento storico, quando esistono i professionisti? Il mondo narrativo da te proposto ti sembra pieno di falle: benissimo, prima che la nave affondi rivolgiti a un ricercatore in materia, saprà ben in quali parti è necessario intervenire ulteriormente. Prega solo che la sua parcella tenga conto dei tuoi vergini entusiasmi.
Caro Scrittore in Erba, porta pazienza. Avrei preferito eccitarti con filosofie letterarie da bar della domenica, sarei di certo riuscito a illuderti che tutto l’ostinato amore che provi verso la scritta parola saprà ripagarti, potevo tranquillamente indurti a confidare che il tuo libro sarà per sempre.
Avrei mentito sapendo di mentire.
Le filosofie letterarie, permettimi, lasciamole agli avvinazzati dalla penna facile e dal gomito facilissimo, non ci si può prestare fede da sobri; la maggior parte dei contratti offerti dagli editori indipendenti non prevedono riconoscimenti economici agli autori e quelli gestiti invece dai grandi gruppi non pensare che corrispondano somme decenti, o paritarie agli sforzi affrontati nel portare a compimento l’opera; infine, oggigiorno nessun libro è per sempre, ahinoi, la distribuzione di solito ritira i volumi dalle librerie ad appena due, quattro o sei mesi dall’uscita, salvo rare eccezioni. Questo è quanto, amico mio.
Nell’accingermi a salutarti, e nella speranza che a Beatrice almeno un colpo o due glielo darai lo stesso, libro o non libro, ti faccio un’unica raccomandazione: ricordati che scrivere è un mestiere. Ed è un mestiere artigianale, uno di quelli da rubare con gli occhi.
Il futuro fabbro, attuale bocia del titolare d’impresa che l’ha assunto part-time e lo fa sgobbare il doppio delle ore, divora con lo sguardo i gesti del dannato padrone, mentre medita una vertenza sindacale a seguito dell’ennesima busta paga tardiva. Il futuro falegname, a parità di condizioni, svuota la mente dai propositi omicidi con cui trasformerebbe il proprio datore di lavoro in una graziosa coppia di comodini in stile veneziano, e ammira rapito il modo corretto di segare una tavola di tek, o la tecnica con cui s’intarsia il ciliegio alfine di ricavarne la testiera di un letto matrimoniale. Il futuro meccanico, regolarmente assunto con uno straccio di contratto di collaborazione privo di qualsiasi diritto operaio, quando non è distratto dall’impulso di affettare la faccia del suo capo nella ventola accesa di un radiatore, oltre agli occhi apre le orecchie. Contributi o no, da lui ha imparato che la voce di un motore bisogna saperla anzitutto ascoltare.
Caro Scrittore in Erba, tu, piuttosto, oh eterno bocia, dammi retta: apprendi l’arte di leggere con le orecchie e di ascoltare con gli occhi. È un consiglio da amico, il solo che mi senta di darti. A te interpretarlo.
Anche le storie sono motori, sai?, motori che rombano e possiedono una voce precisa. In un caso, la tua. Una voce ancora fragile come un bicchiere di cristallo, forse, ma posso assicurarti che se quel bicchiere lo sfiori nei punti giusti scoprirai che suona. E non immagini quanto bene possa farlo.
Perciò buon lavoro, caro Scrittore in Erba. E a presto leggerti.

Conversazioni critiche

- Ciao Jeanluc, sono Savio, Savio Loquace. –
- Ehilà, carissimo, come stai? –
- Discretamente. Saldo le bollette e nessuno mi ha ancora cacciato di casa. –
- Ma non avevi comprato? –
- Con la mia ex-moglie. Che s’è tenuta appartamento e tutto. Sai, per i figli. –
- Immagino. –
- Lascia perdere, va’! Cosa immagini tu, vecchia volpe, che sei peggio dei marinai!… Una donna per ogni porto e ogni porto… –
- Vecchi ricordi, amico mio, soltanto vecchi ricordi. –
- Seeee, va beh. Venendo al sodo: ho ricevuto il tuo ultimo libro, grazie infinite. –
- Figurati, caro, grazie a te se troverai un po’ di tempo per dargli un’occhiata. –
- Già fatto, mon cher, già fatto. E… –
- E…? –
- Ed è proprio un bel libro. Il che non vuol dire che sia un buon libro, ma… ecco, è… compiuto. –
- Perdonami, cosa vuol dire compiuto? Gli altri li avrei mollati a pagina 36, angolo pagina 37? –
- No, non mi è parso. Da quelle parti li ho mollati io. Non sempre posso occuparmi delle cose invisibili che pubblichi tu, Jeanluc. Intendiamoci: niente di personale, faccio il mio mestiere. –
- Lo so, caro, lo so. Collaboro anch’io con delle riviste letterarie e quando un romanzo mi convince, ma è pubblicato da un piccolo editore, devo verificare se è distribuito, sennò la recensione salta. –
- Dura la vita, eh? Ci si sente in colpa, i primi tempi. Ma dopo un po’ che lo fai, passa. –
- Io scrivo articoli di critica letteraria dal 1997. –
- Ah, beh, sei un veterano, allora! A proposito, mi pare di averti letto, di recente. Sul numero di “Satisfiction” dello scorso mese, o giù di lì… quand’era uscito, insomma… non ti sei occupato tu della riedizione de “Gli esordi”, di Antonio Moresco? –
- Purtroppo no. –
- Perché purtroppo? –
- Mi sono innamorato di quel libro all’alba della prima uscita. Hai presente un colpo di fulmine? Un romanzo straordinario, letteralmente e letterariamente, che merita di diventare un classico. –
- Bene che tu l’abbia caldeggiato ai vostri lettori, mon ami. –
- No, Savio, forse mi sono spiegato male. Io NON ho parlato de, aperte le virgolette, GLI ESORDI, chiuse le virgolette, di Antonio Moresco. Ho parlato di un libro diverso. –
- Di cui ti eri innamorato, però. –
- No. Un libro che ho letto e basta. –
- Ah. Chi era l’autore? –
- E chi se lo ricorda più. –
- Capita, mon cher, capita. Dovessimo tenere tutto a mente, noi critici!… Vigliacco se ricordo il nome del collega che ha recensito “Gli esordi”! –
- Mah… se per te la faccenda riveste tutta questa importanza, posso dare un’occhiata in casa, dovrei avere una copia del numero vecchio da qualche parte. –
- Sì, sì, sì, te ne prego, è importantissimo. Ricordo un articolo coi fiocchi. Un bel fiocco su una merda. –
- Non ti seguo, scusa. –
- Definire quel romanzo letteratura, addirittura “alta” se non erro, è da denuncia. –
- Te l’ho detto anch’io, e meno di un minuto fa, che quel romanzo è letteratura. –
- Un conto è blaterare fesserie al telefono, un conto è scriverle su un giornale. Dai, avanti, fuori il nome dell’infame, del caino! –
- Savio… innanzitutto, calmati. Ho il piacere d’informarti che la nostra rivista, qualora i lettori si sentano fuorviati da una recensione, è disposta a rimborsarli. Copriamo per intero il costo del volume. –
- Sul serio? –
- Parola di lupetto. –
- Hai fatto il boy-scout? Non lo sapevo. –
- Savio… facciamo che te lo assicuro e fine. Senza formule. –
- Senza polizze, vorrai dire. –
- Ti spiego: se il motivo della tua telefonata è ringraziarmi per averti spedito il mio nuovo lavoro, ribadisco di cuore che sono io a ringraziare te per averci speso parte del tuo tempo. Se invece dobbiamo mettere in discussione la buona fede di un singolo critico, nell’aver giudicato un’opera che riteneva meritevole di elogio… ecco, non è il caso. –
- Hai detto la cosa giusta. Riteneva. –
- Prego?… –
- Hai detto: riteneva, tempo imperfetto. Ottenute le sue generalità, e posto che il meschino non firmi i pezzi con un nome fittizio, potremmo contattarlo. Magari nel frattempo ha cambiato idea, che ne sappiamo? La provvidenziale quanto indignata lettera, di un altrettanto provvidenziale quanto indignato lettore della vostra rivista, lo ha messo di fronte alla cruda realtà dei fatti ed è rinsavito. –
- Scrivigli tu, scusa. Niente a niente ci rimedi pure i soldi del libro, hai visto mai. Adesso scusami, ma devo lasciar… –
- Quanto costa? –
- Quanto costa cosa? –
- Il romanzo di Moresco, mica l’ho comprato. –
- E ti sei permesso di massacrare un’opera che nemmeno hai sfogliato?! –
- Per sfogliarla l’ho sfogliata, era in qualsiasi libreria… uno spulcia, annusa, tocca, si capisce che l’ho sfogliata. Che razza di rapporto hai coi libri, tu? –
- Me li porto a letto. –
- Ah. Perdonami, non volevo scendere nel personale. –
- Savio, a letto mi piace leggere. Quando decido di farci dell’altro, lì o dove mi pare, stai tranquillo che Moresco, o chi per lui, non fa parte dei miei principali pensieri. E ad ogni buon conto, la questione resta: mi telefoni dopo una vita che non ci siamo scambiati manco gli auguri di Natale, affermi che ho scritto un bel libro anche se non è buono (poi questa mi userai, se vuoi, la cortesia di spiegarmela), attacchi a bruciapelo il collaboratore di una rivista nella quale scrivo perché sei in disaccordo col fatto che costui abbia recensito bene un romanzo di cui hai letto a malapena poche righe, qua e là… O mi riveli il nome del tuo pusher, e dove spaccia, o io avrei una giornata che mi aspetta. –
- Sono agnostico. –
- Scusa?! –
- Gli auguri di Natale non li faccio a nessuno in quanto agnostico, non per maleducazione. –
- Meritavo una catarsi. Giuro che dopo questa telefonata non sbatterò mai più il ricevitore in faccia agli onesti impiegati dei call center, devo averlo fatto troppe volte. –
- Alle impiegate, intendi. Sono donne, di solito. –
- Tanto meglio. Ti saluto, caro. –
- No, aspetta, mon ami. –
- Sinceramente, Savio: no. –
- Ma come? Morivi dalla voglia di conoscere il motivo della mia chiamata. –
- Un quarto d’ora fa credevo di sì, adesso ho cambiato idea. –
- Vedi come può succedere facilmente? Perché ti ostini a confermare per partito preso che quel critico sia rimasto fermo sulla propria opinione? –
- Sarà il mio comportamento stesso a trarmi in inganno. È un problema di ordine psicologico, ne discuterò quanto prima col mio analista. Ora, se non ti spiace, devo proprio… –
- Oh, no, Jeanluc, non mi spiace assolutamente, che male c’è? Non devi vergognartene. –
- Non dovrei vergognarmi di cosa?… –
- Di andare dall’analista. –
- Facevo per dire, Savio, facevo solo per dire. Ho visto tutti i film di Woody Allen. –
- Anche i recenti? Nell’arco degli ultimi quindici anni la sua produzione è stata alquanto avvilente, secondo me. –
- È pur sempre il regista di “Manhattan”. –
- Già. Gran film, quello. –
- Sono d’accordo. Ciao, Savio, vado. –
- Aspetta un attimo, ti ho detto, che fretta c’è?… Devo parlarti. –
- Lo stai facendo da venti minuti. –
- Voglio recensire il tuo libro, Jeanluc. –
- Ah. Ne sarà felice l’editore, grazie. –
- Si trova, in giro? –
- Il gruppo lavora con uno dei più grandi distributori d’Italia, perciò sì, ho paura di sì. –
- Bene, ciò significa che non vi saranno ostacoli alla pubblicazione del pezzo. Sai, se un lettore andasse in libreria a cercarlo e il tuo libro non fosse sugli scaffali, sarebbe imbarazzante per noi. –
- Conosco il dilemma, Savio, ma stavolta stai sereno. –
- Posso parlarne male? –
- Eh?!! –
- Posso parlarne male? –
- Ho sentito benissimo, Savio, speravo mi pigliassi per il culo o roba simile! –
- In realtà avevo deciso che ne avrei parlato bene, ma strada facendo sono stato folgorato da una brillante intuizione. –
- Dal che deduco tu stia scalpitando dal desio di condividere con me tale brillantezza. –
- Non te ne terrei di certo all’oscuro, mon ami. –
- Godo di un intuito formidabile, altro che Spider-man. Sentiamo. –
- Mi sfugge il nesso con la supereroistica americana. –
- Siamo pari, caro, a me sfugge quello tra un libro bello e un libro non buono, soprattutto se il libro in questione è il medesimo ed è pure mio. –
- Beh, chiariremo ogni malinteso in futuro, ci aspetta un periodo decisamente intenso. –
- A me aspetta il commercialista. Savio, cortesemente: vieni al punto. –
- Va bene, vengo al punto. O piuttosto… del punto e virgola che ne pensi? Qual è la tua posizione intellettuale in merito alla sua progressiva sparizione? –
- Nella mia vita passata sono stato Ponzio Pilato, non c’è altra spiegazione. Ho messo in croce Gesù. –
- Mah, sai, sono tutte teorie strampalate, che noi agnostici… –
- Savio, dato che mi stroncherai, non avrò nessuna remora a interrompere assai bruscamente la nostra ultima conversazione. Vivrò nell’ansia di conoscere ogni dettaglio in merito a quella meravigliosa idea che ti ha fottuto il cervello e ti ha imposto di comporre il numero di casa mia. Di quale cazzo di folgorazione stavi per parlarmi, di grazia?! –
- Scriviamo un libro sulla nostra storia. –
- Nostra storia?!! Non… oh cristo, non sono per nulla al corrente dell’esistenza di una… nostra storia. –
- Certo che sì! Esiste da ora, la stiamo già scrivendo. –
- Stiamo parlando al telefono, Savio, e con mio profondo disappunto, se posso confessartelo. Nessuno dei due sta scrivendo! –
- Sorpresa!… Io sto registrando. In settimana sbobino il tutto e ti mando il file via posta elettronica. L’indirizzo è quello del tuo sito ufficiale? –
- Ma… ma che stai dicendo?! –
- Su, su, mon ami, possibile che non ci arrivi con le tue gambine? Il blasonato critico di un quotidiano a tiratura nazionale telefona a un misconosciuto scrittore per avvisarlo che lo stroncherà. E questo puoi benissimo postarlo sul tuo blog, ok?, come fosse una cosa tua, scritta da te. Ma: attenzione! –
- Sono attentissimo. –
- L’articolo di cui si parla nel post uscirà davvero e il misconosciuto scrittore farà causa al blasonato critico. Su commissione del secondo. –
- Ah, certo. Che ci guadagnerebbe cosa, a piantare su ’sto circo?… –
- Racconteremo la nostra storia ai migliori editori sulla piazza, faremo in modo di opzionare i diritti per la riduzione cinematografica, il libro venderà uno sfacelo di copie e noi diventeremo ricchi e famosi. –
- Savio, ti sei mai chiesto perché lavoro soltanto con editori indipendenti? –
- Veramente no. –
- Ecco, fatti questa domanda. Fidati. Come minimo diventerai ricco risparmiando un sacco di soldi sulle prossime bollette telefoniche. –
- Beh, ma tanto ho una flat. –
- Savio, io esco. –
- Allora ti mando il testo, eh? –
- Sì, sì, ok. Non desidero di meglio dalla vita. –
- Sei in una botte di ferro, Jeanluc, è tutto calcolato. Ho pensato perfino a garantirti vantaggi immediati in termini economici. Consideralo un anticipo. –
- Wow. Fatico già a contare gli zeri. –
- Una stroncatura ben fatta aumenta di botto le vendite, è statistico. Dovresti esserne ben contento. –
- Mi sento al settimo cielo, infatti. –
- E la linea prende ancora?… –

In ricordo di Sergio Bonelli

Di tutte le morti celebri che stanno tinteggiando di nero questo periodo culturalmente già nerissimo di suo, quella di Sergio Bonelli è stata per me la più dolorosa. Forse perché, a differenza dei rari maestri con cui ho avuto la fortuna di crescere – vedendomi da loro a metà strada abbandonato causa forza maggiore -, Bonelli l’ho conosciuto di persona.

Era da poco apparso in libreria il nuovo romanzo di uno scrittore milanese, comune amico di entrambi, il quale aveva come al solito chiamato a raccolta critici e operatori di settore per invitarli a presentare in pubblico il suo volume. Voleva gli facessi da correlatore e da mia abitudine avevo creduto opportuno informarmi sul numero e sull’identità degli altri.
- Sei sicuro di volerlo sapere? – Aveva risposto lui, alimentando non di poco la mia curiosità.
- Te lo dico, ma cerca di non svenire: siete tu e Sergio Bonelli. –

A forza di fare il giornalista free-lance, ho finito col credere che un famoso passaggio de “Il giovane Holden”, benché di nobili intenti, sia miseramente discutibile: se un libro mi coinvolge, il desiderio di telefonare all’autore una volta finito di leggerlo, per poterne discutere assieme, è davvero l’ultima cosa che mi verrebbe in mente di fare – a meno che non debba intervistarlo. Certe “visioni poetiche” del mondo editoriale tendono a ridimensionarsi di parecchi punti man mano che vi si entra in contatto.
Seguendo la logica di questo ragionamento, qualora per lavoro mi occupassi di fumetti, il signor Bonelli mi apparirebbe magari nei panni dell’imprenditore dal cuor d’oro che tutti hanno sempre descritto, punto e basta. Il problema è che io i fumetti li amo e li amo nella misura spassionata, gratuita e completa con cui sento di dover amare le pagine, le storie, i personaggi che hanno saputo accendere e mantenere viva la mia immaginazione quando un’immaginazione non sapevo neppure di possederla. Fra questi personaggi, è pressoché impossibile escludere quelli, o parte di quelli, che la casa editrice di Sergio Bonelli ha sfornato negli anni. E la mia “visione poetica”, nonostante l’impatto con la realtà che mi ha permesso d’incontrare lui, nel suo personale caso non è cambiata.

La serata prometteva bene: frizzante di bottiglie appena stappate, crepitava nell’attesa di decollare col rumore delle bollicine nella schiuma delle birre ordinate – e già mezze bevute. Il locale si trovava nel cuore della vecchia Milano, all’angolo di via Garibaldi. Correva voce che un tempo il posto fosse stato un bordello e, d’altra parte, l’eccessiva ristrettezza fra le pareti della breve scalinata che dal primo piano conduceva al secondo, tale da obbligare gli avventori a salire uno per volta, lasciava presupporre ci fosse dietro una trovata architettonica a vantaggio delle madamigelle di facili costumi, che potevano così accompagnare alle stanze i cavalieri paganti, precedendoli. Non era difficile ipotizzare quante e quali fantasie erotiche si scatenassero su quei gradini, che ora immettevano in un ambiente abbastanza ampio, dove i tavoli erano stati spostati e accatastati sul fondo, contro il muro, e le sedie ordinate in due file, con un corridoio nel mezzo a malapena utilizzabile per accomodarsi al proprio posto, azione che la maggior parte dei convenuti aveva comunque svolto con successo e senza feriti. I pochi rimasti in piedi, circondavano un uomo dall’aspetto più giovane dell’età che abitava il suo corpo, una gioventù non marcata, tuttavia, che si palesava nella presente vivacità dello sguardo. L’età, l’esperienza, la si percepiva invece per via della compostezza nei modi, che ne faceva un errore anagrafico vivente. Sembrava il ragazzo giusto nel corpo sbagliato, in un’era popolata da corpi che non sanno più cosa significhi l’essere giusti o sbagliati.
Mentre me ne stavo impalato fra il termine della scalinata e il piccolo bancone sulla destra, una voce inconfondibile, una voce gravida di alcol e di toscanacci, ma pure calda e a suo modo accogliente, aveva confermato, alle mie spalle:
- Sì, è lui. –
Seduto sul trespolo, il sigaro in bocca, la media in mano e la schiena poggiata lungo il bordo del bancone, il comune amico in onor del quale eravamo lì riuniti indossava una cravatta color taxi americano e un sorriso sghembo.
- Te l’avevo detto di non svenire… – Mi punzecchiava, alquanto tronfio. Sapeva di avermi fatto un regalo e sapeva fino a che punto lo stessi apprezzando.

La mia iniziazione alla lettura dei fumetti si deve a uno zio, fratello di mia madre, che li legge praticamente da tutta la vita. Uso il termine “iniziazione” non a caso, chiunque nutra un’identica passione verso le nuvole parlanti penso lo farebbe. L’amore per i fumetti è qualcosa che non s’insegna, si tramanda. La maniera di toccare gli albi, la necessaria confidenza da instaurare con l’edicolante affinché ti lasci libero di scegliere la copia mensile del tuo fumetto preferito, che non presenti abrasioni sulla costa o pagine compromesse nel processo di stampa, l’ansia buona che anticipa l’uscita della nuova avventura, mese per mese, il fatto di riconoscere al volo il tratto di un disegnatore… Ebbene: se esiste una materia che insegni tutto questo ai ragazzi d’oggi, beh, io salirò in cattedra.
Avvicinare le nuove generazioni ai fumetti, bella pensata! È un miracolo se aprono di un quarto i libri che sono costretti a studiare. Questo dicono le statistiche, questo ha sostenuto lui, Bonelli, nei recenti periodi. L’ha ribadito perfino a me, durante un’intervista che gli ho proposto per conto di un giornale, anni dopo la serata a Milano. Ne rammento un passo.
«Se io al momento attuale in cui parliamo vendo un terzo di meno, rispetto a quindici anni fa, e, di contro, un’azienda produttrice di televisori vende un terzo di più, a parità di tempi, i discorsi sono presto fatti.»
Eh, sì, Sergio. Sono presto fatti sì, i discorsi.
Alle nuove generazioni non mancano i fumetti. Alle nuove generazioni mancano i maestri. E gli zii lettori.

I riflettori si erano spenti sulla serata, anzi fulminati, per colpa mia: avevo commesso una gaffe, del tutto involontaria, diciamo, ma piuttosto controproducente ai fini di guadagnare vivi l’uscita. In una pagina del romanzo che stavamo presentando figurava il proprietario del posto, tizio assai singolare, che al pari di una ristretta cerchia di amici dell’autore appariva spesso nelle sue storie. Mi era sembrato carino dare lettura a quei paragrafi, dal momento che ci ospitava in casa sua. Peccato non avessi fatto i conti con un aspetto fondamentale del mestiere dello scrivere: il tempo. Fra la stesura di un testo e la sua diffusione possono passare anni. Capitava quindi che il messere, all’epoca della stesura, coltivasse la relazione sentimentale di cui si parlava nel testo, relazione che successivamente, all’epoca della diffusione, era saltata causa sostituzione fisica di una delle due parti. In pratica, il tizio assai singolare si era fatto una nuova vita. L’attuale compagna, da par suo, esternava bellicose contrarietà verso taluni argomenti che riguardavano il passato amatorio del nostro, ogni minimo accenno a qualsiasi donna l’avesse preceduta dava luogo a scenate d’isteria da manuale. E da manuale, infatti, una sedia stava per prendere il volo dall’ultima fila, a ridosso dei tavoli. Se la pazza fosse mai riuscita a liberarsi dall’impaccio della sopracitata sedia, che voleva appunto tirarci addosso, sicuramente sarebbe poi passata a quelli.
Era stato il pronto intervento di Bonelli a raffreddare l’animo della cerebrolesa, nonché i chiarissimi cenni iracondi che il compagno, accanto a lei, rivolgeva al mio indirizzo. Una battuta scherzosa, uno sberleffo da niente, e il pubblico aveva riso di cuore, incluse le vittime dell’equivoco.
La serata era salva e avevamo approfittato dell’occasione, scambiataci un’eloquente occhiata noi tre, per chiudere veloci e in bellezza.
Lasciato l’amico scrittore alla firma delle copie, mi ero avvicinato al nostro salvatore, che adesso si guardava attorno tutto solo, una mano in tasca, la giacca di panno avvolta sull’altro braccio e l’aria di uno che sta cercando di capire che diamine ci faccia ancora lì. Quando lo avevo scosso sfiorandogli il braccio ad uso appendiabiti, era trasalito di botto, come risucchiato indietro da chissà quali universi sovrimpressi al nostro.
- Sergio, ti devo ringraziare due volte, mi sa. –
- Ah, sì? E a cosa debbo? – Aveva obiettato, scuotendo il capo.
- Al fatto che ci hai tirato in secco la barca, poco fa. E al fatto che… ecco… io, vedi, adoro i fumetti… e… e… –
Non capita tutti i giorni di ringraziare qualcuno per aver fatto qualcosa di bello. E se per caso, per purissimo caso, la circostanza ideale si verifica, le parole che giuravi sarebbero fluite a cascata dalla tua bocca diventano un rivolo di fiato, una congiunzione agonizzante.
Sergio Bonelli aveva notato qualcosa all’altezza delle mie ascelle e con un gesto rapido si era impossessato del romanzo scritto dal nostro comune amico, che trattenevo lì sotto. Nel frattempo, una penna gli era apparsa nella mano libera.
Prima di vergare la sua dedica, col tono complice del ragazzino che combinerà una marachella e teme di essere beccato dai grandi, Bonelli aveva voluto confidarmi l’unica preoccupazione capace di affliggerlo in quel frangente:
- Pinketts mi perdonerà, spero, se oso tanto. –
Mi aveva perciò restituito il libro con fare furtivo.
In quella, un artiglio calato su una mia spalla rischiava seriamente di spezzarmi qualche osso della stessa. Inutile dire chi fosse l’aggressore.
Il tizio assai singolare mi guardava in cagnesco e non mollava la presa nemmeno per sogno.
- Serata indimenticabile, fratello. – Sibilava, a un centimetro dalla mia faccia, l’alito assassino.
Nessun cugino di terza, cognato o bisnonno, nella sua famiglia allargata. Chiunque mettesse piede nel suo locale diventava automaticamente un fratello, come a messa.
- Indimenticabile. – Continuava a ripetere, per poi di colpo tornare indietro, verso la compagna. Lo aspettava seduta sulla sedia che avrebbe volentieri rotto sulle nostre teste. Le restanti erano quasi tutte vuote, la gente era scesa a servirsi da bere dabbasso, o stava in fila per l’autografo.
Bonelli non c’era più.

Avuta la notizia, ho ripreso in mano quel libro, l’ho aperto.
Lo svolazzo della sua firma fa male agli occhi.
Subito sopra, c’è solamente una parola.
Subito sopra, c’è scritto “Grazie”.

So long, Sergio. E grazie a te.

 

 

“Possa tu avere parole calde in una notte fredda,
la luna piena in una notte scura
e una strada sempre liscia davanti alla tua porta”
(Preghiera irlandese)